Chiara Castellani, la volontaria per eccellenza in Congo

Chiara Castellani

Ha sette anni Chiara Castellani e frequenta le elementari, quando decide che diventerà medico missionario. Non vuole diventare una suora, ma andare in Africa come laica volontaria. Per stare accanto a chi non ha nessuno che si occupi di lui. Per incontrare la folla delle Beatitudini evangeliche che aveva imparato ad amare fin da bambina alla scuola domestica dei genitori. Dopo il liceo non ha dubbi, si iscrive a medicina e si laurea in ginecologia al Gemelli di Roma. Ma invece che nell’Africa sognata da bambina, guardando l’atlante e leggendo tutto quanto trova sul Continente Nero, finisce in Nicaragua con il Mlal, Movimento laici per l’America Latina. Ha ventisei anni e una passione «off limits» per gli altri. (…)
È il 1983. Dopo sette anni di duro lavoro rientra in Italia, anche se il cuore la vorrebbe trattenere (…).
Nell’ottobre del 1989 è a Roma. Rinasce prepotente nel suo cuore il sogno dell’infanzia: andare in Africa.

 

L’OSPEDALE DI KIMBAU

Frequenta un corso di specializzazione in malattie tropicali ad Amsterdam e poi accetta l’invito dell’Aifo, l’Associazione italiana amici di Raul Follereau, che le offre di lavorare nello Zaire, oggi Repubblica democratica del Congo. Nella diocesi di Kenge, regione di Bandudu, abitata dall’etnia dei bakongo, l’associazione vuole realizzare un intervento sanitario per cercare di salvare tanti «condannati a morte», a cominciare dai bambini uccisi dalle epidemie e dalla malaria.
A Kimbau, villaggio a cinquecento chilometri dalla capitale Kinshasa, c’è un piccolo ospedale, abbandonato dai belgi quando da un giorno all’altro se ne sono andati, lasciando la loro ex colonia in balia di se stessa, senza avere formato una classe dirigente. Su una popolazione di cinquanta milioni di abitanti c’erano quattordici laureati.
L’Aifo affida a Chiara l’ospedale e il programma sanitario. Lei accetta e vola in Zaire con l’entusiasmo e la disponibilità di sempre. L’impatto questa volta è subito drammatico. In tutta la zona di Kimbau, centomila persone, cento villaggi, venti centri di salute sparsi su una superficie di cinquemila chilometri quadrati non c’è un medico. In compenso le malattie, spesso mortali, sono tante: malaria, tubercolosi, morbillo, scabbia, anemie, parassitosi intestinale, filariosi, la malattia del sonno che uccide il 100% delle persone colpite. Nell’ospedaletto manca tutto. Gli ammalati dormono per terra, sulle stuoie che si sono portati da casa. Non c’è luce, né acqua, neppure un microscopio. Sono rimaste solo due suore che fanno quel che possono, con poche medicine e tanta fede.
È una situazione comune a quasi tutti gli ospedali del paese che esigono il pagamento anticipato di qualsiasi prestazione: dalla scheda di consultazione, al ricovero, alle medicine.
I pazienti operati, per poter essere medicati, devono acquistare garze e cerotti. Chiara è sconvolta, scrive ai genitori: «Mentre la denutrizione cronica rende fatale una normale diarrea, la mancanza di soldi spinge le madri a rimandare la domanda di cure mediche, finché il bambino è all’estremo della disidratazione o in coma malarico. A Kinshasa abbiamo visto morire bambini come mosche (anche due o tre per notte), ma anche due giovani per tetano. In Zaire vaccinarsi è possibile solo se si paga. Anche la trasfusione è a pagamento e, contro tutte le leggi internazionali, vige il commercio del sangue. Il trattamento contro la tubercolosi, gratuito negli altri paesi, grazie ai fondi dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), è totalmente a carico dei pazienti. L’assenza di azioni preventive serie e la censura sulle cifre e sull’informazione ha consentito l’esplosione endemica dell’Aids che in Zaire è anche una tragedia economica per la famiglia che dovrà farsi interamente carico delle cure. Sempre a Kinshasa abbiamo visto morire sul marciapiede, antistante l’ospedale, un giovane con un’ernia strozzata: la mancanza di soldi per pagare l’intervento l’aveva costretto a posticipare il ricovero fino a giungere allo stadio di cancrena intestinale. Un ragazzo di sedici anni è giunto un sabato con una appendice acuta. I genitori non avevano i soldi per pagare l’intervento: per raggranellarli ci hanno messo tre giorni, e quando il ragazzo è stato finalmente operato, il martedì successivo, l’appendicite si era trasformata in peritonite: è morto dodici ore dopo l’intervento».

[ da http://www.kimbau.org/ ]

La sua vita e la sua storia sono incredibili, la sua missione in Congo è assolutamente proibitiva, riesce ad organizzare un grande intervento sanitario alle popolazioni con la sua competenza e la sua volontà, insieme ai volontari del posto, essendo sprovvista di una mano guida gli interventi chirurgici di varia natura con gli assistenti del gruppo,impressionante il numero del bacino di persone che si rivolgono a lei, è stata premiata con un riconoscimento dall’ex Presidente Ciampi, anche se in un primo tempo fu restia di venire in Italia e di abbandonare i suoi degenti per alcuni giorni, la sua volontà è di rimanere in Africa per sempre,di tornare in Italia non ci pensa, ormai la sua vita è confinata tra il dolore di quella popolazione, da sottolineare i pochissimi mezzi e aiuti a disposizione,molte promesse e niente più.

Una donna a cui dovremmo tutti quanti prostrarci.

Chiara Castellani, la volontaria per eccellenza in Congoultima modifica: 2008-04-14T18:28:32+02:00da iserentha
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