La dolce secessione dell’Italia,a cura di Vera Lamonica

 

“Il Mezzogiorno versa in una situazione allarmante, di grandissima difficoltà sociale e di profonda crisi del settore industriale. Si sta consumando una forma di ‘secessione dolce’, una secessione di fatto, tra una parte del paese che va avanti e l’altra che arretra”. A dirlo è Vera Lamonica, neo segretaria confederale della Cgil, con delega al tema del mezzogiorno. Una storia di sindacalista in terra di frontiera, nel luglio del 2006 diventa segretaria generale della Cgil Calabria: prima donna ai vertici di una confederazione del Mezzogiorno. “Ci sarebbe bisogno di adeguate politiche economiche e sociali – dice Lamonica – tali da coniugare sviluppo e redistribuzione ma la manovra economica sembra andare in una direzione assolutamente contraria”.

Qual è il motivo che ti spinge a usare espressioni ‘secessione dolce’ per il Mezzogiorno?

Il motivo lo ritrovi in tutti gli indicatori economici e sociali di qualsiasi accreditato osservatore. Lo Svimez, da ultimo, segnala una contrazione dell’occupazione nel mezzogiorno. Un dato che unito all’aumento della disoccupazione e insieme alla situazione generale – il calo dei consumi, la crisi profonda del settore industriale, la condizione storica di arretratezza sui temi del lavoro – segnalano una situazione di grandissima difficoltà sociale.

Ci sarebbe una ricetta per invertire questo stato di cose?

La realtà è che manca da diversi anni un’idea di politica industriale. Rispetto allo stato in cui versa il Sud Italia servirebbero delle politiche economiche specifiche che avessero a cuore interventi sia di sviluppo che di redistribuzione. Ci sarebbe bisogno di interventi in aiuto verso quelle famiglie soggette al calo dei consumi e, al contempo, di misure che incidessero sui livelli di occupazione provando a fare emergere il lavoro nero, a stabilizzare i precari, a incrementare le possibilità occupazionali per giovani e donne.

A fronte di questo quadro come giudichi la manovra del governo sulla ‘questione meridionale’?

Gli interventi che si prefigurano nella manovra vanno assolutamente in direzione contraria rispetto a quanto detto prima. Non c’è nessuna politica mirata di investimenti volti allo sviluppo perché si tagliano anche quelli in conto capitale delle amministrazioni pubbliche, tagliando di fatto qualsiasi possibilità di investimento. Ma soprattutto, nella manovra, c’è un’operazione di centralizzazione della spesa, ovvero si prendono fondi già stanziati o programmati per il mezzogiorno del Quadro strategico nazionale o del Fondo per le aree sottoutilizzate. Una scelta che va nella direzione esattamente opposta a quella del federalismo fiscale di cui si parla come necessario e imminente per il paese.

Cosa ti preoccupa di questa opera di centralizzazione delle risorse?

Innanzitutto c’è il problema di capire quale sarà il ruolo delle regioni e degli enti locali.

Ma, soprattutto, una volta centralizzate, le risorse saranno poi destinate al mezzogiorno? O magari si nasconde una colossale opera di redistribuzione verso il Nord?

Dopo aver finanziato l’eliminazione dell’Ici sottraendo i soldi stanziati per i piani delle infrastrutture per Calabria e Sicilia temiamo che il mezzogiorno possa subire un altro scippo. La centralizzazione, poi, viene destinata al finanziamento di infrastrutture ‘strategiche’ per il paese, e non è ben chiaro cosa vuol dire, e nel quadro che si conosce oggi per il sud c’è solo il ponte sullo stretto e niente altro.
Quantifichiamo in cifre lo spostamento di risorse di cui parli.
Sono cifre notevoli: per i progetti coerenti, più noti come progetti sponda, parliamo di circa  14,5 miliardi, per le risorse del quadro strategico nazionale di altri 14 miliardi e, ancora, alcuni fondi del Cipe già destinati e ora, invece, riallocati al fondo unico nazionale.

Non si può negare però che non ci sia un problema di qualità della spesa ?

Noi non difendiamo la spesa nel sud così com’è. È indubbio che oltre il problema della quantità di risorse c’è ne uno altrettanto importante che è nella qualità della spesa. Ci siamo sempre battuti per avere una qualità dell’amministrazione pubblica e dei governi locali in grado di rendere efficace e produttiva la spesa. Rimane il fatto che a un aria del paese che sta consumando una forma di secessione dolce, e gli indicatori implacabili ce lo dimostrano, non si possono sottrarre risorse in maniera secca sapendo che il mezzogiorno, rispetto alla sola spesa ordinaria, è a livelli inferiori rispetto al resto paese. Crescono gli elementi di preoccupazione e continueremo a batterci, insieme alle regioni, contro questi provvedimenti.

[ da Agi web ]

I gestacci all’inno nazionale da parte del senatur,freschi,freschi,appena celebrati, non sono sorprendenti,rammento cosa consigliò di fare ad una signora che sventolava il tricolore durante un suo comizio,ovvero d’usarlo nel cesso per i suoi bisogni corporali.

Se l’analisi della segretaria federale,cgil, che si occupa del mezzogiorno è esatta,la rivoluzione paventata dai padani sta per nascere, soft ma assolutamente reale,dopo decenni di esborsi a pioggia senza costruire alcunchè,un filtraggio scientifico dell’occupazione mediante posti statali quasi del tutto votati all’assistenzialismo, mancate infrastrutture e investimenti senza senso,criminalità organizzata controllore del territorio,paiono frutto d’un progetto ben studiato per tenere arretrato il sud,evidentemente ha avuto successo,ora il piano successivo,lasciarlo a se stesso per buona soddisfazione dei contibuenti produttivi del paese,piccolo particolare anche esportatore di rifiuti tossici stoccati a prezzi stracciati.

Come si dice da quelle parti,fottuti per la seconda volta e quest’ultima sarà assai più grave.

La dolce secessione dell’Italia,a cura di Vera Lamonicaultima modifica: 2008-07-20T22:17:34+02:00da iserentha
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