I chiaro-scuri della nuova integrazione sociale a Torino

Scusate lo sponsor inserito,il click di Oliviero Toscani lo reputo molto interessante

Alcune testimonianze di torinesi di vecchia data e nuovi arrivi

Occhiate rapide e commenti sottovoce. Famiglie con passeggino, anziani con camicie di lino e ragazzi con jeans e minigonne. In pochi guardano le foto appese in piazza San Carlo, nella mostra a cielo aperto «Figli degli altri. Percorsi fotografici delle seconde generazioni a Torino». I più le vedono e basta. Un’occhiata e via, camminano veloci verso la normalità che parla italiano, dove gli amici hanno la pelle bianca, non hanno gli occhi a mandorla, e al massimo sono meridionali.

«Le seconde generazioni? Sono uguali ai loro padri – si lascia sfuggire Rosalba Oletta, piemontese, 78 anni, residente nel Canavese -. I meridionali facevano di tutto per integrarsi, e ci sono riusciti: hanno solo più i tratti somatici dei loro paesi, ma sono torinesi in tutto. Questi, invece, non fanno niente, rimangono uguali a se stessi: la romena che lavora da me pretende che io impari la sua lingua. Certo – conclude – alcuni scappano dalla guerra, i meridionali venivano qui per lavorare, è diverso. Però…».

Lascia la frase a metà, e un senso di imbarazzo nell’aria. Affianco ci sono Sonia Cerutti, 26 anni, torinese e Rodrigues Matondo Abelson, 33, angolano. Passeggiano e portano a spasso il loro bambino di 10 mesi: «Sono arrivato sei anni fa – racconta Rodrigues – e non ho nemmeno un amico torinese. Qui tutto è legato allo stato sociale che hai, al lavoro che fai. E ora sono disoccupato. Ho tante conoscenze, certo, ma nessuno su cui poter contare. A parte lei, ovvio» guarda Sonia, capelli biondi, occhi azzurri, si stringono la mano sul manico del passeggino, sorridono, proseguono il giro.

Maurizio Ciccatelli, torinese d’adozione e grafico di professione, e sua moglie Valeria Costin, romena, raccontano ancora una storia diversa solo in apparenza: «I miei genitori, meridionali, hanno faticato per integrarsi – racconta lui -. Ancora oggi, però, preferisco i miei amici del sud. Torino è una città aperta per finta, in realtà tutti si chiudono in casa a doppia mandata». «Dovevo rimanere solo un anno – racconta lei – poi ci siamo sposati. Lo rifarei mille volte. Certo, i miei parenti sono molto più ospitali con lui di quanto…». Anche lei non finisce la frase, lui le mette il braccio intorno al collo, salutano.

Si fa avanti Nicola Borgomastro, torinese, sorvegliante di un ente pubblico: «Gli africani non mi piacciono, non ci rispettano. Quelli dell’est invece non mi hanno mai dato problemi». Idee confuse, pregne di pregiudizi. Chi con gli immigrati ci lavora, invece, ha una visione un po’ più chiara. «Le seconde generazioni vivono sulla soglia – spiega Sabrina Caspani, 35 anni, psicologa in una cooperativa sociale, a spasso con il marito, Roberto Agostini, 31 anni e Jacopo, di 8 mesi -. Quarant’anni fa nessuno affittava le case ai meridionali, oggi sono centinaia quelli che le danno ai marocchini chiedendo prezzi folli. Abbiamo imparato a sfruttarli».

«E siamo diventati falsi – aggiunge il marito -. Una volta si diceva in faccia quello che si pensava, oggi tutti parlano politically correct. In pochi capiscono che gli immigrati sono una ricchezza». Conclude Sabrina: «Siamo felici che Jacopo andrà a scuola e crescerà insieme a molti stranieri di altre religioni ed etnie. Sono i bambini di oggi che cambieranno il domani».

Cettina Costa, 46 anni, insegnante, conferma: «L’integrazione non è spontanea, va coltivata. Ma d’altronde nemmeno tra gli italiani va tutto rose e fiori. Sono tempi difficili, bisogna aspettare la prossima generazione». Il «Benvengano!» che urla Erminia Ruggeri, 64 anni, pugliese d’origine, spiazza: «Poveretti, sono trattati come noi quarant’anni fa. Ma ce la faranno. Io non tornerei in Puglia per nulla al mondo, qui si sta bene. Torinesi si diventa, i miei figli sono riusciti. Ma poi, esistono ancora i torinesi puri?».

Youssef Rachadi, 29 anni, marocchino metalmeccanico, in Italia da quando ne aveva 16 conclude il giro: «Negli ultimi anni, con il terrorismo in tv il clima è peggiorato, la gente ci guarda male. Ho sempre vissuto qui, tranne tre anni a Napoli. E gli unici amici che ho, li ho conosciuti là. Ho fatto il possibile ma voglio tornare a casa e far crescere i miei figli là».

[ da la stampa web ]

Molte versioni,dettate dallo spirito di tolleranza e integrazione o di palesi difficoltà nella metropoli che inevitabilmente cambia,alcuni parallelismi sulla massiccia emigrazione dal sud del paese per trovare lavoro negli anni sessanta-settanta,da torinese o meglio piemontese da alcune generazioni,posso perlomeno mitigare o cercare di giustificare alcune situazioni d’intolleranza verificatasi in quei anni.

Torino dopo la seconda guerra mondiale,contava circa 200mila abitanti,nel breve periodo d’una ventina d’anni quintuplicò le presenze,per via degli stabilimenti Fiat e della produzione di veicoli,penso che ci sarebbero stati problemi ovunque,non mi pare ci furono comportamenti particolarmente violenti,particolare che molto probabilmente considerato il volume d’arrivi,in qualche altra realtà sarebbe stato assai peggio.

Non voglio giustificare i cartelli,non s’affittano appartamenti ai meridionali,questa fu una vergogna,ma un certo sbandamento sociale fu assolutamente logico.

I chiaro-scuri della nuova integrazione sociale a Torinoultima modifica: 2008-08-12T00:15:00+02:00da iserentha
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